Christelle Labourgade


25/05/2016 | 15/10/2016

Andrea Tardini Gallery Venezia, Giudecca 282

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L’artista francese Christelle Labourgade torna a esporre a Venezia con una mostra che ricopre un arco di tempo molto lungo, di quasi quindici anni. Nella sua vita ha viaggiato e vissuto in molti luoghi: dopo l’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi studia in Italia, a Firenze; parte e resta diversi anni in Africa: Comore, Mali, Guinea, Tunisia. Si trasferisce a Marsiglia e dopo qualche anno riparte per Venezia, nell’isola della Giudecca. E nel 2013 torna a Parigi. L’abbiamo incontrata nel nuovo atelier parigino, restando abbagliati dai suoi ultimi dipinti in cui il giallo chiarissimo si compone e scompone attraverso stratificazioni realizzate con nuove sperimentazioni della tecnica a olio.

Nelle particolarissime visioni di Labourgade, realizzate attraverso un uso sapiente del chiaroscuro e la creazione di scenografie di luce e ombra in grandi campiture di colore, possiamo scorgere l’influenza di uno tra i suoi più significativi riferimenti estetici: Mark Rothko. Rothko sosteneva che ciò che davvero lo interessava era esprimere i più grandi sentimenti umani e non i rapporti tra forma e colore, in effetti osservando i suoi dipinti notiamo che le superfici sono in espansione o si contraggono chiudendosi verso l’interno. Ecco, tra questi due movimenti si può intuire tutto quello che questo grande artista intendeva comunicare. Ritroviamo simili dinamiche nella pittura di Christelle Labourgade, verso l’interno o l’esterno, verso il buio o la luce. Il legame tra Labourgade e Rothko risiede proprio nella natura trascendente della pittura: ciò che conta davvero è soltanto la vibrazione, il primo respiro.

La rarefatta solitudine captabile nella sua opera sembra essersi ancora attenuata negli ultimi anni e il tema del vero incontro, pur mantenendo una dimensione sognante e profonda, ora assume gravità materica e una certa dinamica di movimento che dona spontaneità e lo connota come reale possibilità.
Lo spazio è spesso architettonico o urbano più che naturale, descrive pieni e vuoti in forme quadrate o rettangolari in cui si alternano luce e ombra, qualche scala, qualche seduta, un arco; sono cornici, orizzonti, definizioni. Sovrapposizioni di significati o possibili letture e, al contempo semplificazioni, pieghe e non limiti o confini.

Christelle Labourgade è un’artista engagée, nel senso caro a Camus quando si riferisce all’impossibilità dell’essere umano di vivere se non in relazione con l’altro; questo è il suo modo di esserci, con l’arte e senza vincoli a una specifica ideologia, restando fedele soltanto al proprio sistema di verità: dipingere rappresenta per Labourgade una necessità come il respirare. Per questo ha dipinto angeli caravaggeschi e dirompenti la contemporanea indifferenza verso l’Altro. Un angelo che si tuffa nel terrestre e attraversa la polvere di una vita che sembra non avere senso.
Nella stessa prospettiva filosofica ha realizzato una serie di disegni in formato molto grande, a carboncino e pierre noire su carta, scegliendo l’assenza di colore per cogliere l’abbandono di chi è dimenticato sui bordi delle strade, alle periferie dell’esistenza. Questi disegni rivelano una delicata maestria nel restituire il reale insieme all’essenziale con uno sguardo particolarmente attento alle verità negate. Il settimanale francese Le Un, cogliendone la forza, ha deciso di pubblicarli.

Ci sono le città, i luoghi vissuti e c’è Venezia. La piazza, i canali, misteriosi sottoporteghi e figure umane silenziose, apparizioni d’amore, pulviscolo, nebbie e poi la luce. Le opere a pastello e le grandi tele a olio dedicate a Venezia di Labourgade segnano una tappa e un nuovo inizio, frutto di una ricomposizione di significati cercati in diversi luoghi del mondo e del proprio sentire.

Diversi pastelli di Labourgade uniscono questa loro presenza molto materica e di colore a una particolare leggerezza di passaggi e incontri sulle fondamenta veneziane. Altri sembrano allestimenti teatrali, con quinte e scenografie sgargianti e figure orientali. Alcuni sono un dichiarato omaggio a Zoran Mušič e altri ancora tornano al notturno, al misterioso e ai verdi e blu lagunari.

Sognando la spiaggia del Lido di Venezia apre la sua pittura a qualcosa di totalmente nuovo che sta arrivando. Un’avventura attraverso i possibili mondi.